Riso Venere con gamberetti e avocado

Partiamo dall’idea che il nero è un’ottima base cromatica per far risaltare i colori accostati. Ne è un esempio questo riso dai chicchi color ebano, scuri e brillanti, servito in una veste appena esotica con gamberetti e avocado.

L’insieme risulta sinergico anche nel gusto e nei profumi: i chicchi restano separati, al dente e le consistenze dei sapori sono contrastanti: si uniscono la morbidezza della polpa dell’avocado con la tenacia del riso coi gamberetti.

L’avocado (aguacate in spagnolo, termine di origine azteca) è un frutto burroso ricco di acido folico e lipidi preziosi come l’acido oleico.

Il profumo tipico di questa varietà di riso che ricorda il pane appena sfornato si armonizza con l’aromaticità prorompente e fresca della scorza di limone.

Consiglio in abbinamento un A.A. Muller Thurgau, vino bianco delicatamente aromatico e fresco tracciato da piacevole sapidità e da sottili percezioni agrumate.

Valeria propone in abbinamento un bicchiere di Cranberry Tie Guan Yin, oolong aromatizzato fresco e intenso che regala al piatto un’ulteriore nota esotica.

Alba

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Insalata mista con cuori di carciofo marinati, punte di asparagi e viole del pensiero

Un menù pasquale dedicato alle erbe aromatiche e al tripudio primaverile dei nostri campi e boschi non poteva fare a meno di una ricca insalata arricchita dal colore dei fiori.

L’utilizzo dei fiori eduli nelle insalate sembra sempre molto innovativo e strano, ma in effetti ormai sono molti anni che si è riscoperta questa tendenza.

Come linea di massima tutti i fiori delle piante aromatiche sono commestibili come i fiori dell’aglio o dell’issopo, poi vi sono fiori considerati “ornamentali” come le viole o le rose che hanno petali oltre che profumati anche gustosi.

Per tutti vige la somma regola del non essere stati trattati con agenti dannosi per la nostra salute: quindi la maggior parte dei fiori del fiorista è da scartare perché venduti con scopi ornamentali e non alimentari.

Per avere fiori sicuri si possono seguire tre vie in realtà abbastanza facili:

  • la prima, più lunga, è il coltivarseli partendo dai semi, ma non vi darebbe l’ingrediente pronto per quest’anno! 😀
  • la seconda è acquistare in un vivaio la piantina specificando che la volete per mangiarvela: se il vivaista ha deciso di riservare a queste piante una sezione la troverete di sicuro;
  • la terza è cercare presso i fornitori dei ristoranti, nei supermercati ben forniti oppure on line delle confezioni di fiori eduli belle che pronte! 😉

L’insalata dovrebbe essere preparata poco prima di essere portata in tavola così come il condimento che andrebbe rigorosamente servito a parte: questo evita di servire dei vegetali dall’aspetto “sulla via della decomposizione” che non è il massimo!

Ho scelto una salsa emulsionata ricca e agro-dolce-piccante che si sposa perfettamente con le verdure leggermente amarognole di questa insalata. In caso non trovaste il miele di girasole usatene uno altrettanto delicato come quello di cardo o simili e in caso non trovaste l’aceto di riso, ripiegate su uno di mele.

Abbinate questa ricca insalata a un Tie Guan Yin, oolong a bassa ossidazione dalle intense note floreali.

Alba propone in abbinamento una Ribolla Gialla, vino morbido ma piacevole nella freschezza che bilancia. Floreale e salino nel finale.

Valeria

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Capitolo 6, una tazza di Tie Guan Yin e toast al pollo con burro al dragoncello

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Continua la ricerca tra le cose della zia, ma invece di scovare indizi sul padre di Elisa, iniziamo a conoscere la madre di lei attraverso i suoi occhi e ricordi. Una donna,a quanto pare, non esattamente espansiva, diciamo pure fredda nelle dimostrazioni di affetto e gelosa delle proprie cose (in particolare dei servizi da tè).
Conosciamo anche meglio le amiche: Alessandra (avvocato) e Ornella (artista) che Elisa paragona a un Rooibos. Il terzetto si sta preparando al proprio consueto “rituale” del tè per assaporare un Tie Guan Yin appena comprato, ma per un errore Ornella mette in infusione un tè diverso…trovato in una vecchia scatoletta di metallo. E’ “il tè proibito” della madre di Elisa: un tè che assaporava solo lei in casi speciali e che la figlia aveva assaggiato un’unica volta. Non si sa quale tè sia (forse un pu’er): l’unico indizio è una piccola etichetta su cui è scritta la parola ROCCAMORI.

Oggi ho abbinato al capitolo e al suo tè una delle tartine di Roberta Marasco, ma modificandola leggermente e facendole diventare dei mini toast: di seguito vi posto sia la versione originale, sia la mia.

Se voleste accompagnare i vostri toast e la vostra lettura con un calice di vino, Alba suggerisce in abbinamento un Soave Superiore, vino bianco morbido dal sorso piacevolmente agrumato e attraversato da una elegante sapidità foriera di note minerali.

Valeria

Tartine al pollo (ricetta originale)

Ingredienti:

  • pane in cassetta
  • petti di pollo (arrostito)
  • maionese
  • succo di limone
  • erbe aromatiche  (prezzemolo, basilico, aneto, erba cipollina)
  • sale e pepe

Unite al petto di pollo tagliato a pezzettini la maionese, il succo di limone, le erbe aromatiche, il sale e il pepe. Una volta mescolato il tutto, spalmatelo su una fetta di pane e copritelo con un’altra fetta.
* In alternativa, se non volete usare la maionese, potete aromatizzare il burro con il dragoncello, spalmare il burro aromatizzato sul pane, aggiungervi il pollo tagliato a dadini o a strisce molto sottili e coprire con un’altra fetta imburrata.

p_20170303_171243_1.jpgToast al pollo (mia variante)

Ingredienti:

  • pane in cassetta
  • pollo arrosto
  • burro salato a temperatura ambiente
  • dragoncello
  • semi di papavero
  • scorza di limone
  • pepe nero

Lavorate a pomata il burro e aromatizzatelo con il dragoncello, i semi di papavero, la scorza di limone e il pepe.
Tagliate a fettine sottili il pollo arrosto.
Spalmate entrambi i lati di due fette di pane di burro aromatico, disponete le fettine di pollo e chiudete come un panino.
Scaldate una bistecchiera e grigliate da entrambi i lati il panino.
Servitelo tagliandolo in triangoli.

Spaghettini di riso alle verdure

Gli spaghettini di riso e quelli di soia sono un classico della cucina cinese che noi tutti conosciamo, ormai da parecchi anni è facile trovarli anche non nei supermercati etnici in versione secca.

Gli spaghettini di riso saltati con le verdure possono essere conditi a fantasia utilizzando la verdura di stagione, ma sempre tenendo conto che la cottura sarà velocissima e a fiamma molto alta: in caso contrario ci si ritroverà con delle verdure molli e gli spaghettini uniti in un unico blocco.

Se non si riuscisse a gestire contemporaneamente più pentole potete cuocere in anticipo gli spaghettini, scolarli, passarli sotto l’acqua fredda e condirli con un filo d’olio: saltandoli in padella saranno perfetti.

(Non vi piacciono gli spaghettini di riso? Provate questa ricetta con dei tagliolini all’uovo! 😉 )

Due ingredienti sono un po’ particolari: il bok choy e la salsa Sriracha.
Il bok choy è una verdura della famiglia dei cavoli e delle rape, ma assomiglia a una piccola bietola sia nell’aspetto che nel gusto. Lo si trova facilmente nei negozi etnici che hanno anche il banco di frutta e verdura; in caso contrario potete utilizzare una qualsiasi verdura a foglia verde.
La salsa Sriracha è una salsa piccante originaria del sud-est asiatico che tra il 2012 e il 2014 ha avuto un boom di tendenza incredibile, non si poteva leggere una qualsiasi ricetta in internet che chiunque aggiungeva un po’ di questa salsa: un vero trend!
In Italia è stata sdoganata dai media nel 2015 e non è troppo difficile trovarla nei negozi etnici. In caso non riusciste a trovarla ripiegate su un bell’olio al peperoncino nostrano.

Godetevi una ciotola di questi spaghetti abbinandoli a una tazza di Tie Guan Yin, oolong complesso che riesce a sostenere sia l’aromaticità del piatto sia il piccante della salsa.

Alba propone in abbinamento un Alto Adige Müller Thurgau, vino bianco fresco, di elegante mineralità e dalla tipica impronta aromatica. Nel caso il gusto del piatto venga arricchito dalla salsa piccante sarà necessario orientarsi su un vino più morbido come un Collio Goriziano Bianco, capace di attenuare note così marcate.

Valeria

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Crepe fragole e banana

Ogni tanto mi piace rispolverare alcune tecniche base per comporre piatti diversi: un po’ per farvi vedere che tutto è possibile, un po’ per coccolarvi.

Maggio sta finendo e giornate uggiose e fredde si alternano a giornate da estate piena: è il momento di mettere in campo le ricette fredde e con il gelato! (gaudio e giubilo)
Quindi ecco delle deliziose crepe farcite di fragole, banane e gelato!

DSCN6072Per servirle potreste optare per la classica forma a mezzaluna (quindi ripiegate come una omlette), con la piegatura a 4 tipica dell’asporto, a involtino o come ho fatto io “alla giapponese”!
In Giappone le crepe sono dolci molto in voga (sia d’estate che d’inverno) e vengono servite arrotolandole come fossero una cialda da gelato e riempendole appunto come se lo fosse. Ovviamente essendo la crepe morbida e non rigida per tenerla in forma viene avvolta in una carta di spessore come quella da forno.

Volete renderla ancora più golosa? Eliminate la salsa al cioccolato e stendete uno strato di Nutella!

Abbinate a questa ricetta una tazza di Tie Guan Yin, oolong che si sposa perfettamente con le note fruttate della preparazione o se volete giocare provate con un bicchiere di Crazy Love, un infuso di frutta che aggiunge una nota acidula alla dolcezza della crepe.

Alba consiglia un Brachetto d’Acqui, vino spumante dal gusto fresco, brioso, fruttato che ben si sposa con le caratteristiche aromatiche di questa irresistibile crepe.

Valeria

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“Gyutan Ramen” fusion

Perché uso la parola fusion e che cosa è la cucina fusion?
Iniziamo dalla definizione. La cucina fusion fonde nelle sue ricette elementi di diverse tradizioni culinarie dando vita a qualcosa di nuovo; il termine risale agli anni ’70 (quindi niente di recente), ma possiamo ben immaginare che la cucina fusion esista da quando l’uomo ha iniziato a viaggiare e a spostarsi. Fusion può essere l’accomunamento di cucine geograficamente vicine (ad esempio cinese, giapponese e thailandese o texana e messicana) oppure la fusione creativa di cucine lontane (è fusion la pizza in stile Californiano e la Taco pizza).

Mi rendo conto che gli ultimi due esempi vi hanno un po’ scosso quindi vi lascio un attimo per riprendervi.

Come i fans sanno, sono abbastanza radicale su alcune cose (la ricetta del Pesto è un inno alla territorialità) per questo non me la sento di spacciare per “autentica” una ricetta quando palesemente non è fatta in modo canonico; se poi utilizzo elementi italiani in piatti che non lo sono allora diventa fusion.
La fusion dapprima è stata osannata, poi demonizzata, infine accantonata, dal canto mio apprezzo sia la cucina fusion che quella originale, basta che ci sia sincerità e qualità: non spacciarmi per vero qualcosa che non è e già mi stai simpatico!

Tutto ciò che c’entra con il piatto di oggi? Oggi vi presento la fusione tra un piatto della cucina giapponese e uno di quella italiana: la combinazione tra il Gyutan Ramen e il Lesso del brodo.

Il ramen è un piatto della cucina giapponese, probabilmente mutuato dalla cinese, e si compone di solito di tagliolini di farina di frumento, immersi in un brodo insaporito da una salsa e da un qualche tipo di olio e sormontati da diversi ingredienti.
“Gyutan” identifica la lingua bovina ed è formata dalla parola giapponese Gyuu=bovino e da quella anglo-giapponese tan=tongue=lingua. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante la dura occupazione del Giappone da parte delle forze Alleate, cibi come la carne erano semplicemente irraggiungibili, così leggenda vuole che un uomo decise di recuperare le lingue bovine scartate dalle forze americane, cuocerle alla griglia e venderle: fu subito un successo! Ancora oggi la lingua è apprezzata alla griglia, ma si possono trovare anche servizi diversi come l’aggiunta al ramen.

La lingua è anche uno degli ingredienti principe per la preparazione del brodo, quello per intenderci, che andrà a completare il piatto di tortellini o cappelletti e si ritrova nel ricco piatto del lesso servito, generalmente, ripassato per donargli sapore. Classificata nel cosiddetto Quinto Quarto (le frattaglie e le parti meno nobili) viene un po’ snobbata e alla fine avanza sempre (a meno che non abbiate un commensale appassionato). Il quinto quarto, nell’ultimo paio di anni, è stato rivalutato anche a livello d’élite entrando nelle cucine stellate e non rimanendo più rinchiuso tra quelle povere.

Il “Gyutan Ramen” fusion nasce quindi come piatto di riciclo della lingua lessata e di un po’ di brodo avanzato, ma in caso voleste partire da zero, nella ricetta spiegherò anche i passi precedenti.

Per rimanere nell’idea fusion vi suggerisco di assaporare questa ciotola fumante con un tè cinese Gunpowder se preferite un verde deciso e “facile” oppure di completare l’esperienza con una complessa tazza di Tie Guan Yin, oolong cinese dalle note floreali.

Alba suggerisce in abbinamento un Barbera d’Alba, vino rosso dal sorso fresco e delicatamente sapido con tannini garbati.

Valeria

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