Spaghetti di kamut al pesto di radicchio e noci pecan con punti di riduzione al balsamico

Amo gli uomini che sanno cucinare.

Intendiamoci: non mi riferisco a quelli che cucinano per la sopravvivenza né a quelli che lo fanno per mestiere.

I cuochi per professione sono spessi stanchi, sono sempre attenti a mille dettagli, fanno un lavoro faticoso e fisicamente impegnativo. Insomma è comprensibile che non abbiano voglia di portarsi il lavoro anche a casa.

I cuochi per sopravvivenza invece annaspano in frigo o in dispensa alla ricerca della scatoletta di tonno o del pesto industriale mentre lo scolapasta fumante raccoglie in attesa una poltiglia scotta e collosa. Se presi dallo sconforto finiscono per scongelare la parmigiana di melanzane di mammà.

Ma c’è anche di peggio: i cuochi per vanità, quelli che si credono Massimo Bottura.

Li riconosci subito perché vanno fieri della loro sapienza: hanno imparato a preparare un paio di piatti della tradizione (di solito carbonara e matriciana) e non vedono l’ora di dartene prova. Spendono da Eataly per gli ingredienti migliori: la pasta di Gragnano, le uova biologiche, la passata Mutti, il guanciale fresco, il parmigiano Vacche Rosse 30 mesi di stagionatura. Peccato che dopo la loro personale prova di abilità ai fornelli, tra schizzi ovunque e padelle rigate, la performance sia deludente e le aspettative tristemente inappagate.

Quando dico che amo gli uomini che sanno cucinare, mi riferisco ad altro. Mi riferisco a quelli che si muovono a proprio agio nello spazio, che fanno gesti sicuri e senza impaccio. Quelli che ti guardano e sorridono mentre assaggiano per sentire se la pasta è giusta di sale. Perché cucinare per qualcuno che ha fame è maledettamente attraente, chiedete pure a Scarlett, lei lo sa.

Consiglio in abbinamento un Pigato della Riviera Ligure di Ponente, vino bianco dal sorso armonioso, morbido e di moderata acidità. Il finale è piacevolmente sapido con nuance ammandorlate.

Valeria suggerisce un Japan Yonkon, tè verde giapponese dai sapori cinesi.

Alba

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Pane con farina di avena, succo di carote e semi di girasole

Variare vuol dire anche sperimentare buttandosi in sostituzioni a volte un po’ folli: è successo con questo pane che da già gustoso, ma tradizionale, è diventato un tripudio di gusto, quasi a essere un pasto esso stesso.

DSCN4930Il succo di carote, che io mi autoproduco con l’estrattore di succo, ma che è facilmente acquistabile anche nei negozi BIO o nei grandi supermercati, dona a questo pane oltre a un allegro color arancione, anche un gusto particolare ed erbaceo.

La farina di avena invece dona la trama compatta, che lo rende perfetto da tagliare, e un guizzo di proteine vegetali.

Infine l’energia dei semi di girasole, oltre alla loro croccantezza. 😉

Trovo che questo pane si sposi perfettamente con i piatti di verdure: sia così com’è che sotto forma di crostini; ma potete decidere anche di sperimentare, sfruttando la sua superficie compatta, spalmandolo di paté di olive o altre salse saporite.

Ho deciso di abbinare questo pane a un tè giapponese, ma dal sapore cinese: il Japan Yonkon che con le sue note erbacee, ma dolci ben si sposa con la complessità del preparato.

Alba propone in abbinamento un A.A. Sylvaner, vino bianco dal sorso cremoso cadenzato da sferzate acido-sapide ed un’eco di agrumi e minerali.

Valeria

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Zuppa di ceci alla curcuma con julienne di radicchio rosso

Ceci e radicchio sono a mio parere una coppia perfetta, una di quelle coppie di opposti fatti per stare assieme, perché proprio nella diversità danno il meglio di sé.

I ceci hanno un carattere morbido, la tendenza dolce, sono versatili, bilanciano alimenti sapidi e aromatici come ad esempio il baccalà.

Il radicchio è più ostile, amarognolo, netto e va a nozze con alimenti delicati come un risotto all’Asiago, cremoso e vellutato.

Bene, ora aggiungete a questo matrimonio d’amore un pizzico di curcuma per accendere di colore e per dare un tocco esotico e vi ritroverete nel piatto un connubio di sapore che scalderà le vostre serate autunnali.

Per esaltare il gusto e i profumi di questa zuppa così avvolgente vi propongo in abbinamento un Colli Orientali del Friuli Sauvignon, vino bianco dai sentori tipici di frutta a polpa bianca ed erbe aromatiche, dal sorso pulito, fresco e di piacevole sapidità.

Valeria invece propone un Japan Yonkon, tè verde dal gusto vegetale e dolce che ben si armonizza con l’equilibrio del piatto.

Alba

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Insalata di fave, agretti e pecorino romano

Ecco un contorno primaverile allegro, verde, sano e perfetto per la tavola di Pasqua.

Appartengo a quella scuola di pensiero che sostiene che i piatti più semplici siano anche i più buoni. E in effetti questa ricetta di tradizione contadina è composta da pochi ingredienti di base che serviti insieme si trasformano in un piatto stuzzicante.

Fave e pecorino sono un binomio irrinunciabile per la gita fuori porta del primo maggio nelle campagne romane mentre gli agretti sono una delizia anche saltati in padella con olio e aglio.

Non vi resta che affettare del fragrante pane casareccio e versare il vino 😉

Per le note verdi e amarognole delle fave e per la sapidità del formaggio stagionato e grasso, suggeriscono di stappare un Frascati Superiore, vino bianco dal sorso fresco e dal piglio sapido.

Valeria, invece, suggerisce una bella tazza di Japan Yonkon che con le sue note erbacee e dolci ben si accosta al formaggio e alle verdure.

Alba

Insalata di fave, agretti e pecorino romano - Foto di Walter Romano
Insalata di fave, agretti e pecorino romano – Foto di Walter Romano

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Riso Venere alla melagrana con quenelle di caprino

Sorseggiare del Franciacorta rosé non rappresenta solo un sottile piacere ma rende anche nettamente migliore la riuscita di questo elegante risotto. Quindi prima di mettervi all’opera versatevi un calice freddissimo e lasciate che le bollicine enfatizzino gli effetti inebrianti dell’alcol.

Gli ingredienti di questa proposta sono tutti legati dal motivo della passione.

Il perlage stesso dello spumante appena versato potrebbe ricordare la spuma del mare da cui è nata Venere.

Riso Venere alla melagrana con quenelle di caprino - Foto di Walter Romano
Riso Venere alla melagrana con quenelle di caprino – Foto di Walter Romano

Il riso Venere col suo bellissimo colore ebano ha chicchi piccoli e profumati dall’aroma che ricorda la crosta di pane. Un profumo che si schiude completamente col calore della cottura.

Il melograno, pianta sacra a Giunone, è simbolo di fertilità, di prosperità, di animi uniti nella fratellanza simboleggiati dai numerosi grani lucenti racchiusi in un unico frutto.

Pianta cara anche ad Afrodite che la volle piantare nell’isola di Cipro e ben presto divenne il frutto dell’amore ardente per il colore rosso acceso dei semi.

Infine il caprino fresco bianco, morbido dal sapore delicatamente acidulo completa l’accattivante ventaglio cromatico e olfattivo.

Per seguire il fil rouge della presentazione ho scelto di servire in abbinamento lo stesso spumante usato per sfumare il riso, un Franciacorta Brut rosé, di grande eleganza, freschezza e sapidità da degustare a una temperatura di 10°.

Valeria, invece, suggerisce il Japan Yonkon, tè verde dal gusto persistente di clorofilla, che s’intrufola molto bene nel quadro generale di dolcezza naturale del piatto.

Alba

Riso Venere alla melagrana con quenelle di caprino - Foto di Walter Romano
Riso Venere alla melagrana con quenelle di caprino – Foto di Walter Romano

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