Scones al limone e semi di papavero

DSCN5818Lo scone, pronunciato all’Inglese skon con la o breve, è tradizionalmente una piccola torta senza zucchero o leggermente zuccherata a base di farina, grasso e latte con l’eventuale aggiunta di frutta (il più delle volte uva sultanina). Protagonista indiscusso tra le proposte da offrire in un Afternoon Tea ha generalmente una forma rotonda e viene servito accompagnandolo con clotted cream e confettura di fragole.
Questa la base, ma come da tutte le basi si può partire e creare un mondo di varianti: gli scones sono conosciuti e diffusi in tutti i paesi di lingua anglofona, tanto che in alcuni di loro hanno preso una loro vita autonoma. In America, a esempio, le differenze si ritrovano nella pronuncia, nella quantità di grasso usata, nella ricchezza degli ingredienti e nella forma: simili a quelli che vengono chiamati bisquit, possono essere declinati in versione salata, usati al posto del pane durante i pasti o arricchiti a tal punto da essere mangiati a sé stanti.

Per la ricetta di oggi ho optato per una forma a spicchio, aromatizzando l’impasto con la combinazione di limone e semi di papavero: questa accoppiata è estremamente amata tanto da poter essere ritrovata nelle torte, nei muffin, nei pancake, nei biscotti (ottimi quelli della tradizione ebraica ashkenazita) e nelle cialde.
L’utilizzo del kefir nell’impasto ha il duplice scopo di sostituire il latticello (paradossalmente meno diffuso in Italia) e aggiungere acidità alla massa, purtroppo durante la cottura i principi benefici vengono azzerati trasformandolo in un comune prodotto caseario. In caso non riusciste a trovare né il kefir e né il latticello, potrete sostituirlo utilizzando la stessa quantità di latte fresco intero a cui avrete aggiunto 1 cucchiaio di succo di limone e lasciato riposare il tutto, a temperatura ambiente, per 10 minuti.
Grazie alla presenza acida potrete sostituire il lievito con la stessa quantità di bicarbonato: consiglio utilissimo nel caso aveste voglia di scones e il lievito è al negozio! 😉

Infine, come si mangiano gli scones?
Lo scone nasce come “pane veloce”, ovvero qualcosa da preparare quando non si ha tempo di aspettare la lunga lievitazione del pane tradizionale; naturalmente, come abbiamo accennato prima, la sua evoluzione l’ha trasformato in qualcosa di più, ma il principio rimane: gli scones vanno mangiati durante la stessa giornata in cui sono stati sfornati, possibilmente ancora tiepidi di forno, semplicemente perché tendono a indurirsi e anche perché sono talmente buoni da finire in fretta.
Gli scones non vanno tagliati con il coltello, ma spezzati o aperti, in caso di farcitura, usando le mani: questa regola d’oro è perfetta per una pausa gustando una tazza di tè o un calice di vino senza avere l’onere delle posate. Il coltello apparirà solo per spalmare in caso l’eventuale farcitura (ricordate di non richiudere lo scone dopo averlo farcito, ma di mangiarlo come se aveste a che fare con la classica fetta biscottata burro e marmellata).
Amo gustare gli scones al limone e semi di papavero da soli, come fossero biscotti, ma in caso voleste accompagnarli più tradizionalmente la domanda sorge spontanea: cos’è la clotted cream?
La clotted cream è una crema densa ottenuta riscaldando il latte crudo lentamente e poi lasciandolo raffreddare mentre il contenuto di crema sale verso l’alto coagulandosi in grumi: quasi impossibile da trovare in Italia, sconsiglio di prepararsela a casa a meno che non si sappia esattamente come fare; anche se non è tradizionalissimo si può sostituire con una bella panna montata ben ferma e non zuccherata.

La scelta del tè può essere personalissima e data dai propri gusti, ma il mio consiglio è di puntare su un tè verde, magari un Genmaicha che esalta il gusto nocciolato di questo scone.

Se serviti con il classico clotted cream e confettura, Alba propone in abbinamento una Cagnina di Romagna, vino dolce, di buon equilibrio giocato sulla freschezza, sottile tannicità e finale velatamente fruttato.

Valeria

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Biscotti ai cereali e fibre di frutta

La ricetta di oggi è dedicata a tutti i possessori di un estrattore di succo o di una centrifuga che cercano un modo per riutilizzare lo “scarto” ovvero la fibra (e in alcuni casi parte della polpa) che rimane dopo aver estratto tutto il succo da frutta e ortaggi.

Dopo il nostro menù dalle splendenti note gialle e aver gozzovigliato tra uova (vere o di cioccolato) e altre mille delizie, ci si ritrova a voler riprendere un regime alimentare più sano (ma senza le privazioni quaresimali) un po’ in vista della stagione calda, un po’ per non appesantirsi in questo Aprile sonnacchioso: largo quindi a frutta e verdura, a sapori più freschi o comunque più pungenti per risvegliare le papille gustative e il corpo, a passeggiate sempre più lunghe, a i picnic nelle belle giornate, insomma largo a una vita più attiva.

Chi ha scelto di possedere un estrattore di succo come me, ha fatto un piccolo investimento: attualmente infatti questi apparecchi costano mediamente di più di una centrifuga, ma io trovo che il sistema con coclea (una vite di Archimede) e filtro cestello, al posto del disco di metallo che sminuzza, corrisponda più al mio gusto, producendo un succo denso, che non si separa e talmente gustoso, da aver voglia di masticarlo. E poi mi ricorda quel macchinario che si usava quando ero piccola per fare la salsa di pomodoro, anche se il mio era a manovella e bisognava darsi il cambio ogni tot. 😀
La produzione propria di succhi è utile per avere un prodotto sano e personalizzabile ogni volta, ma anche per consumare quantità di frutta e verdura che normalmente non si assumerebbe tutta assieme: il mio ragazzo, ad esempio, è un tipo refrattario alla verdura, così quando torna dai suoi Km in bicicletta gli faccio trovare un bel bicchierone di succo di frutta in cui casualmente sono caduti anche sedano, carote, cetriolo, spinaci o altra verdura di stagione consumabile cruda e magari qualche pezzetto di spezia succosa (come lo zenzero) o di erba aromatica (come la menta) per dargli uno sprint in più! 😉

Per chi se ne intende è possibile anche produrre dei latti vegetali con un discreto successo, io di solito faccio il latte di mandorle quando sono più propositiva e non vado a comprare quello già fatto al negozio BIO! 😛

L’estrattore produce uno “scarto” compatto, molto meno umido di quello di una normale centrifuga, ma come riutilizzare questa fibra che è assolutamente un peccato buttare?
C’è chi lo trasforma in compost per il giardino o la campagna o chi come me lo riutilizza nelle ricette per rimetterlo in circolo.

In questo caso ho realizzato dei frollini ricchi di frutta e cereali partendo dallo “scarto” di un delizioso succo mela/pera/arancia/zenzero e dallo “scarto” prodotto per realizzare 1L di latte di mandorle.
Per ottenere 200g di “scarto” infine ho approfittato della visita di alcuni amici e ho realizzato parecchio succo, in caso contrario potreste “attendere” di arrivare alla quota conservando lo scarto precedente in congelatore, ben sigillato: al momento opportuno basterà scongelarlo.

Il mio suggerimento è di giocare sulle sostituzioni: provate a utilizzare fiocchi di cereali diversi, diverse farine (l’importante è che siano “deboli” cioè poco proteiche), frutta disidratata diversa (invece dell’uvetta largo ai frutti di bosco, alle prugne, alle albicocche, ecc.), spezie diverse e ovviamente “scarto” diverso.

Infine una nota pratica: la consistenza di questi biscotti non è particolarmente dura come potrebbe essere un GranCereale, ma più simile a un morbido biscottone. Questo dato però è parecchio indicativo visto che molto si basa sull’umidità residua dello “scarto” utilizzato.

Provateli a colazione o come merenda, magari accompagnandoli ad una tazza di Darjeeling SF, tè nero indiano dalle note fresche e che si fondono perfettamente con il mix di sapori.

Alba suggerisce in abbinamento una Cagnina di Romagna, vino appena dolce, di velata tannicità e dal finale fresco e leggermente fruttato.

Valeria

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